Uno della MAGNUM: Ferdinando SCIANNA ed il punctum di Barthes

31-12-2014 20:47

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Nato a Bagheria, in Sicilia il 4 Luglio 1943. Si è occupato di moda, reportage, ritratto. Il suo primo lavoro lo realizzò su feste religiose della Sicilia nel 1966. Ferdinando Scianna ha collaborato con L'Europeo, di cui fu corrispondente da Parigi ed entrò nella Agenzia Magnum dal 1987. Da buon vecchio studente di Lettere e Filosofia, da uomo sempre circondato da scrittori (Leonardo Sciascia in primis, Manuel Vazquez Montalban), artisti di primo piano, imprenditori creativi (come Dolce e Gabbana di cui curò le campagne pubblicitarie nella seconda metà degli Ottanta), ha una visione ampia dell'arte ed eloquenza raffinata e compiuta che non nasconde quando intervistato.
Giocando sulla etimologia della parola "fotografia" si chiede se fotografia significa "scrittura di luce", nel qual caso è la natura stessa la scrittrice che scrive e descrive; ma se si pensa alla fotografia come a "scrittura con la luce", allora è il fotografo lo scrittore. Bisogna "considerare la fotografia come una struttura del racconto e della memoria".
« È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e - in definitiva - al suo stile. »
(Leonardo Sciascia)

Magnum Photos venne fondata, come è noto, nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e William Vandivert, tutti Autori convinti della portata della fotografia nel documentare il mondo al mondo.

Roland Barthes (1915-1980) è stato un saggista, critico letterario, linguista e semiologo francese, fra i maggiori esponenti della critica francese di orientamento strutturalista.Roland Barthes - Semiotica & Foto - individua nella foto due elementi fondamentali, studium e punctum. Lo studium è la parte che investe l'interessamento generale, la parte non-curante dello spettatore, il suo semivolere; informa, invoglia, "procura piacere al soggetto". Il punctum è "quella fatalità in quale essa mi punge", queste le parole di Barthes; quel particolare della foto che mi rende tale foton diversa dalle altre. Il punctum " fa godere lo spettatore". Si potrebbe dire da un altro punto di vista che il punctum è un perturbante caotico, qualcosa di imprevisto che muta il sistema in cui si appalesa. Scianna indica una sua foto per far comprendere la concezione di Barthes:

Marpessa, Modica, F. Scianna, 1987.
Il punctum è rappresentato nell'ovale: quelle scarpe orientate in maniera imbarazzata ed infantile:



Ecco il perturbante che quasi firma una immagine indimenticabile, altrimenti solo una buona foto senza il punctum. Lo studium è l'aspetto razionale, e si manifesta quando il fruitore si pone delle domande sulle informazioni che la foto gli fornisce (costumi, usi, aspetti); il punctum è l'aspetto emozionale, lì dove lo spettatore viene irrazionalmente spinto da un dettaglio particolare della foto. Gli altri elementi della "Camera chiara" sono l' operator, colui che scatta la foto; lo spectator è il fruitore dell'opera; spectrum il soggetto immortalato. Si ricorda che Barthes contrapponeva la Camera chiara (Chambre claire) alla camera oscura, il luogo delle elaborazioni delle immagini basate sulla tecnologia chimica. Il termine "camera chiara" fa riferimento ad un apparecchio antecedente alla fotografia che permetteva di disegnare attraverso un prisma, avendo un occhio sul modello e l'altro sulla carta.

In questo senso la fotografia manifesta tutta la sua esteriorità, ma anche la sua interiorità misteriosa, impenetrabile, non rivelata. (Roland Barthes, La camera chiara, paragrafo 44). Oggigiorno si tende a parlare di camera chiara per indicare il luogo di elaborazione digitale delle immagini (postproduzione). (achille miglionico)

http://blogincultura.blogspot.it/2014/02/uno-della-magnum-ferdinando-scianna-ed.html

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TRIBUTE TO WALTER BONATTI

31-12-2014 20:33

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Walter Bonatti nasce a Bergamo nel 1930. Pochi avrebbero predetto che sarebbe diventato un leggendario alpinista quel ragazzo nato in pianura, dal volto pulito ed il corpo scolpito e fremente. Nel 1951 è alla sua prima grande impresa alpinistica: con Luciano Ghigo scala la parete est del Grand Capucin nel gruppo del Monte Bianco. Nel 1954 Bonatti è il più giovane partecipante alla spedizione di Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2: una impresa che favorì nella opinione pubblica nazionale ed internazionale la rinascita dell’Italia postbellica. Il K2 ha mietuto sempre vittime per il carattere estremamente ripido della cima e per la difficoltà di posizionare utili campi-base.

Eppure quella grande impresa italiana (che costò la vita alla guida Mario Puchoz e molte dita amputate dal freddo ad altri partecipanti), nella veridicità, fu contaminata da polemiche e vicende giudiziarie che, non nuove nella nostra tradizione italiana, si sono placate solo molti anni più tardi, sancendo che la versione di Walter Bonatti sui fatti occorsi era la più onesta e corretta. Dopo quell'impresa comunque nulla sarà più eguale nella vita dell’alpinista: da allora in poi, dalla scalata del K2, Bonatti preferirà imprese “solitarie”. « Quello che riportai dal K2 fu soprattutto un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per i miei giovani anni. » (Walter Bonatti, Le mie montagne).
Nel 1955 scala - in solitaria - il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco: il celebre dado Liebig "il condimento ideale", gli dedicò una figurina dedicata alla "conquista delle grandi cime". Sembra incredibile. Altro che sponsorizzazioni odierne. Appeso alla parete del Dru, lo si vede raggiungere la meta con uno zigzag temerario e le manovre di pendolo: in un punto della parete lancia più volte la sua corda finché questa si impiglia sulle rocce, consentendogli l'ascesa. Mi sono sempre chiesto come facciano questi eroi quando si bloccano o devono tornare indietro.
Nell’inverno del 1965 scala in solitaria la parete nord del Cervino aprendo una nuova via. È la sua ultima impresa di alpinista estremo. Da allora in poi si dedicherà unicamente all’esplorazione e all’avventura come inviato del settimanale Epoca, settimanale famoso – lo diciamo per i più giovani – edito da Mondadori nel periodo 1950-1997.

Non a caso il Catalogo in vendita sulla Mostra lo ritrae come su questo numero di Epoca.
Nel 1979 Bonatti lascia Epoca. Dagli anni Sessanta pubblica tanti volumi e fotoreportage che narrano le sue avventure in ogni luogo che fosse poco o nulla calpestato dall’Uomo. Muore a Roma il 13 settembre 2011, all’età di 81 anni, consumato da un fulmineo carcinoma del pancreas. Negli ultimi viaggi lo aveva seguito l’attrice Rossana Podestà, divenuta, dopo un incontro semifortuito, sua compagna di vita. Balzò al (dis)onore della cronaca il fatto che alla Podestà non era stato concesso dal personale ospedaliero di assistere il compagno, in quanto non “moglie”. Lei è deceduta 2 anni dopo la morte del compagno.
Bonatti imparò a fotografare per documentarsi prima delle scalate e per documentare le imprese alpinistiche. Poi si innammorò della fotografia naturalistica. Alessandra Mauro e Angelo Ponta scrivono nel Catalogo della mostra: “Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi ‘autoritratti ambientati’ e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.”
Negli anni dell’alpinismo Bonatti usò fino al 1954 una macchina Voigtlander; fino al 1965 una modesta Ferrania Condoretta: una camera compatta (non reflex! a mirino galileiano), risalente come modello al 1951, con obiettivo fisso Terog f4/40 mm diaframmabile sino a f/22, otturatore Aplon con posa B, 1 sec, 1/2, 1/5, 1/10, 1/25, 1/50, 1/100, 1/300; la messa a fuoco da 1m ad infinito si attuava ruotando la lente anteriore. Il formato della pellicola era 24x36 mm cioè il formato 135 che è stato il formato Leica adottato da ogni reflex (Nikon, Canon ecc.) sino all'avvento del digitale.
Dai fotoreportage con Epoca si dotò di Olympus (è passato dalla Pen? la famosa reflex M-1, poi OM-1, è solo del 1972-73) e Nikon (la famosa Nikon F data dal 1959). Immagino che scelse via via sistemi più avanzati anche per poter scattare foto a distanza con filo e radiocomandi.
L’esposizione dal titolo Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore italiano. La mostra è all’interno del fascinoso Palazzo della Ragione Fotografia a Milano e va dal 13 novembre fino all’8 marzo 2015.
Le immagini in mostra testimoniano oltre 30 anni di viaggi. Scatti unici nel loro genere che ritraggono un uomo in scenari da “infinito” leopardiano.
“È difficile separare il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie – dicono gli organizzatori della mostra che prelude alla Expo 2015 - Ed è sorprendente scoprire quanto la sua figura e le sue imprese siano radicate nella memoria di un pubblico tanto differenziato per età e interessi. La persistente popolarità di Bonatti ha più di una spiegazione. Imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione con cui si impadronì dei segreti della montagna: alpinista estremo, spesso solitario, ha conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, affascinando nello stesso tempo l’immaginario dei più giovani.
Il mestiere di fotografo per grandi riviste italiane, soprattutto per Epoca, lo portò a cercare di trasmettere la conoscenza….. Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.”
Quando ero ragazzo mi affascinavano di lui le foto su Epoca scattate all’isola di Komodo con gli enormi varani komodensi sullo sfondo: allora nessuno aveva tentato un avvicinamento del genere. Quella foto non l’ho trovata alla mostra ma ce l’ho stampata nella memoria : avrebbe condizionato la mia indole di viaggiatore. Grande l'Ulisse dentro di lui e lo ha trasmesso.

Personalmente della bella mostra mi ha colpito la poco credibile attrezzatura di tante imprese al limite dell’umano: scarponi tipo "anfibi" militari, corde completamente atecnologiche, come in uso negli anni Cinquanta: sembra impossibile che corde così siano state adoperate su ghiacciai o per inerpicarsi sull'impossibile. Sono più sicure le cose acquistabili a un centro commerciale sportivo. Mi ha colpito il regalo fattogli dopo la celebrità raggiunta da un negoziante: una semplice macchina da scrivere Everest (un caso?) ; dalle macchine successive ci sarà anche la scritta "Everest K2".
E le foto? La foto più gettonata di Walter è quella scattata all’Isola di Pasqua (1969) e mi ha colpito particolarmente perché mai io – nel mio soggiorno a RapaNui – sarei potuto salire su quella rupe, di basalto vacuolare friabile e umida:
ma lui si è arrampicato in posizioni assurde per esempio risalendo La Coda di Canguro, una crepa immane di oltre 150 m ad Ayers Rock (1969) o tuffandosi a più riprese dalle rocce delle cascate Murchison del Nilo-Vittoria in acque pericolose o nelle vicinanze di un ippopotamo, animale assai killer in quanto fortemente territoriale. Eppure Bonatti non era un matto e andava via sempre per tornare. E raccontare.
http://blogincultura.blogspot.it/2014/11/tribute-to-walter-bonatti-la-mostra-di.html

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LIBRI 2013

17-01-2014 03:58

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IL FOTOGRAFO DI AUSCHWITZ di Luca Crippa e Maurizio Onnis (Piemme Voci) con sedici pagg. di documentazione fotografica.L’austro-polacco Wilhelm Brasse viene internato con il numero 3444 per essersi rifiutato di arruolarsi nella Wehrmecht: si salva dalla morte in quanto è un abile fotografo e la narcisistica arroganza dell’apparato nazista esige di identificare e immortalare lo sterminio. Egli fotografa cinque anni di atrocità e di morte ed è costretto a collaborare con il vampiresco dottor Josef Mengele. Alcune foto arriveranno alla Resistenza per far sapere al mondo. Perché il mondo deve sapere e deve ricordare.






Dedicato ai Fotografi più che alle fotografie è il volume di interviste di Mario Calabresi A OCCHI APERTI. Foto che raccontano la Storia o la Storia fissata in una foto. Il giornalista, direttore de La Stampa e figlio del commissario Luigi, assassinato da Lotta Continua nel 1972 (quando Mario aveva due anni) incontra negli anni Steve McCurry, Josef Koudeka, Don McCullin, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin, Sebastiao Sagado. Il libro, destinato ai fotografi ed a tutti quelli che rispettano la storia, è stato scritto “nei cinque mesi in cui il giornalista de La Stampa Domenico Quirico era sequestrato in Siria”.

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